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Archive for radioplayit

Radio Play.it cambia casa!

Radio playit, dopo più di un anno in versione sperimentale su lephio.org, si trasferisce nel suo dominio!

Troverete tutte le nuove e vecchie puntate a questo indirizzo:

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Buon Ascolto!

A slice of america - puntata 24

alex

 
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HCH - puntata 16

Alex

 
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Baseball e Musica - puntata 8

kalle e lephio

 
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Baseball e Musica - Speciale World Series

kalle e lephio

 
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Baseball e Musica - Puntata 7

kalle e lephio

 
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Peanuts and Cracker Jack - Puntata 5

renè

 
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Baseball e Musica - Puntata 6

kalle e lephio

 
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A slice of america - puntata 23

Alex

 
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il cerchio si chiude - parte due

Stacco su campo lungo, zoom avanti veloce sul carlinetto. Primo allenamento dopo quella partita.

Se questa storia è come un cerchio, questo evento la trafigge come una retta che passa per il centro.

A causa di una discussione sulla macchina lanciapalle, a cui peraltro non avevo neanche partecipato, per il solo fatto di aver cercato di prendere parola, una persona mi mette le mani addosso e mi appiccica al muro, urlandomi che io non ho il diritto di parlare. A fine allenamento, il manager ci chiede di non portare queste cose in allenamento. Al che io replico che va bene tutto, basta che almeno non si mettano le mani addosso.

Questa persona si avvicina urlando di nuovo vicino a me. E questa volta mi da una testata.

Nonostante abbia visto tutta la squadra, c’è ancora qualcuno che crede che in quel momento mi sia stato “appoggiato il cappellino sulla fronte”. Ora, provate a prendere un cappellino da baseball e appoggiatevelo con forza sulla fronte. Vorrei sapere se vi rimane un segno come questo per diversi giorni.

La persona di cui sopra è Massimo Subriano.
Un giocatore che ammiravo. Il capitano naturale dei Genova Gryphons. Un amico.

[avanti]

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il cerchio si chiude - parte tre

La retta ha passato il cerchio, e da quel momento comincia la parabola discendente.

Tutto diventa inverosimile, incredibile, assurdo. Veniamo entrambi sospesi per l’allenamento del giovedì e siamo convocati per una riunione di venerdì. La decisione della dirigenza è, in fondo, un: “queste cose non devono succedere, bell’esempio che date ai ragazzini. la responsabilità è di entrambi al 50%. non fatelo più. da domani facciamo come se non fosse successo niente” (più un paio di altre piccole sfumature che non sto a specificare)

Quando ci viene chiesto se volevamo dire qualcosa, lui si liquida con un “non succederà più” e si defila via. Io invece rimango e chiedo se posso leggere due righe che avevo preparato. A quel punto, capendo che la patata cominciava a diventare bollente, la “dirigenza unica” si divide e i due della Cairese si defilano agilmente, varcando anche loro la porta.

Leggo che, secondo il mio punto di vista, un gesto del genere rappresentava un’azione vile, scorretta e che nulla ha che vedere con i valori dello sport. E che quindi mi sembrava ingiusto che rimanesse impunito. E soprattutto, poi, aggiungo che addirittura essere messo sullo stesso piano di chi mette le mani addosso mi sembrava veramente troppo.

Di nuovo, qui, avrei dovuto tacere.
Perchè dopo aver detto civilmente queste cose, scattò il finimondo.

In una fantomatica e ridicola lite tra la dirigenza e il sottoscritto, tra urla e insulti, viene improvvisata un’alzata di mano per espellermi dalla squadra. Tre favorevoli, un astenuto.

E dalla domenica successiva, lephio si guarda le partite dagli spalti invece che giocarle sul campo.

Piccola pausa. Nero su schermo.

So di averci messo del mio in tutto questo e di aver contribuito in prima persona a quello che è successo.

Motore.. azione!

Le domeniche successive passano strane. Non riesco ancora a credere a quello che è successo. Mai sentita la domenica così vuota. Inutile nasconderlo, non riesco di certo a darmi pace. Ogni domenica sera sento Grazialk o Fede per sapere com’è andata la partita, chi ha giocato, chi no. Quando sono iniziate le partite in casa, sono andato a vederle tutte. Insomma.. cerco di mantenere un contatto.
Perchè è quello che sento.

[avanti]

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il cerchio si chiude - parte quattro

Siamo in dirittura d’arrivo.. il cerchio subirà ancora una scossa, prima del crollo totale che ci sarà alla chiusura.

Alcuni miei compagni di squadra, dopo alcune settimane dall’accaduto, decidono spontaneamente di chiedere formalmente alla dirigenza di rivedere la loro posizione riguardo alla decisione nei miei confronti. Grazie ad una mediazione, mi viene fatto intendere che presentandosi nel “giusto modo” ci sarebbe stata una certa apertura da parte della dirigenza. Si organizza così una “riunione” appositamente per me.

Ora. Chi un pizzico mi conosce, sa quanto, purtroppo, sia orgoglioso in svariati contesti. Orgoglione, per l’esattezza. Grazie agli eventi della vita, ho iniziato ad imparare a conoscermi, e da qualche anno a questa parte ho anche saputo, qualche volta, metterlo da parte.
Ma questa volta, dopo tutto quello che, con la mia complicità, mi era stato fatto passare, proprio non riuscivo ad immaginarmi di presentarmi alla riunione con il capo cosparso di cenere.

Ancora nel giorno della riunione, chiacchierando con qualcuno, mi sentivo furioso e mi immaginavo che mai “gliel’avrei data vinta”.

Poi, qualche ora prima delle 21. l’incanto.

Qualche parola mi aveva fatto riflettere e alleggerito dal peso. Io, in fondo, volevo solo giocare. Alcuni miei compagni di squadra mi hanno dato qualcosa, senza che io chiedessi nulla. In tutto questo letame, mi è stato dato qualcosa di prezioso. E mi è venuto naturale mettere da parte tutte le questioni passate.
Così, durante la riunione, non credevo alle mie orecchie quando dissi con sincerità che mi dispiaceva di aver fatto polemica, di aver ferito qualcuno con le mie parole o di aver offeso o polemizzato su decisioni che non erano di mia competenza. In quel momento, non mi interessava affatto continuare con critiche, osservazioni o polemiche. Mi bastava giocare.

Quando sono uscito dal cus, ero felice. Innanzitutto perchè ero molto più sereno di prima. In secondo luogo perchè mi sembrava di aver dato alla dirigenza quello che voleva sentirsi dire. Ed ero sicuro che mi avrebbero riammesso in squadra, perchè non avevo dovuto costruire un teatrino per convincere i dirigenti (cosa che, peraltro, non sarei capace di fare), ma ho semplicemente detto loro come mi sentivo in quel momento, per cui ero proprio in pace.

Questa sensazione, però, dura poco. Il giorno dopo ricevo una telefonata da Boccardo, che, concorde con Giacomelli, Ottonello ed Oneto, mi comunica che non posso rientrare in squadra. A scriverlo ora, mi scappa di ridere. Se non l’avessi chiesto io, non mi sarebbero state date neanche le motivazioni. Probabilmente.
I motivi sono due. Uno perchè non ho telefonato io per chiedere la riunione, ma perchè si sono mossi alcuni miei compagni di squadra. L’altro è che secondo loro il mio rientro in squadra avrebbe minato il clima positivo del momento.

Tutto questo è ridicolo. E uso questa parola non a caso, perchè veramente mi fa ridere in questo momento. Perchè dopo quella telefonata, non ero arrabbiato, deluso o triste. Ero amareggiato, ma sollevato. L’assurdità delle risposte che mi sono state date mi ha fatto capire quanta leggerezza e insensibilità è stata impegata nel gestire il mio eventuale rientro.

A distanza di tre mesi dalla decisione, non ho ancora ricevuto una comunicazione scritta ed ufficiale della cosa. Mentre loro, il giorno dopo, si sono affrettati a portare al campo dopo allenamento una lettera sull’esito della riunione, dove hanno distorto le mie parole agli occhi della squadra. Del resto, quando chiesi che ci fosse almeno un mio compagno di squadra a solo titolo di testimone, visto che è stato comodo in tutti questi mesi dipingermi come “un matto”, la dirigenza non ha avuto il coraggio di fare tutto alla luce del sole.

La noncuranza della cosa, mi è balenata agli occhi quando qualche settimana dopo, per caso, leggo la lettera. “L’altleta CaPPoni“, vengo chiamato. Ora.. non dico di sapere a memoria un cognome che c’è tutte le domeniche sul ruolino o che è presente da due anni sul sito, ma almeno la cura di controllare prima di stampare.. lapsus freudiano? :)

Questa dirigenza non ha saputo cogliere la bellezza di un gesto di solidarietà sportiva. E non mi ci arrabbio neanche, perchè i valori dello sport, non una ma ben tre volte ha dato la dimostrazione di non sapere neanche che cosa siano. E questo per me è stato liberatorio. Perchè io con persone così non voglio più avere a che fare. Non penso di meritarlo.

Ad ogni modo, io sono contento così. Ho la coscienza più che pulita e questa cosa mi ha aperto gli occhi sulle persone con cui ho avuto a che fare in questi anni.

[avanti]

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